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La grande piaga del lavoro minorile

 Ad ulteriore conferma di come il problema del lavoro (minorile o forzato) si riveli un trattamento inumano, ecco giungere dalla Cina un paio di jeans trovati a Belfast, nella catena Primark, acquistati tre anni prima da una giovane irlandese che li ha tirati fuori dall'armadio nel momento in cui aveva deciso d'indossarli, perchè sino ad allora non li aveva ancora indossati. Con grande sorpresa la giovane ha trovato una cucitura interna nella tasca dei jeans, dove all'interno c'era un cartoncino con su scritto: "SOS! SOS! SOS!", e in aggiunta una scritta in caratteri cinesi che diceva "Ci trattano come schiavi, peggio dei maiali, salvateci".

In un recente rapporto sulla piaga del lavoro minorile nel mondo: “Marking Progress Against Child Labour: Global Estimates and Trends,” che nel primo decennio del secolo XXI resta un fenomeno globale agghiacciante, si stima che almeno 168 milioni di bambini, costretti dalla povertà estrema, accettano salari da fame, lavorando in condizioni "inaccettabili" e per un'infinità di ore.

Quasi la metà dei bambini (circa 73 milioni) hanno tra i 5 e gli 11 anni. Un ulteriore 47,4 milioni ne hanno tra i 12 e i 14 anni che lavorano almeno 14 ore alla settimana o sono coinvolti in lavori pericolosi. Nel 2012 ci sono stati 47,5 milioni di casi documentati di  giovanissimi tra i 15 e 17 anni che hanno lavorato in condizioni pericolose, o per più di 43 ore alla settimana.

Il rapporto dell' International Labour Organization (ILO) ha indicato una discrepanza di genere nei casi di lavoro minorile. Ci sono stati 99 milioni di ragazzi tra i 5 ei 17 anni che si sono dovuti adattare a lavori inaccettabili, contro i 68 milioni di bambine. Secondo l'ILO, ci sono stati 78 milioni in meno di "bambini lavoratori" nel 2012 rispetto al 2000. Ma tale declino è da ricercare nella crisi economica mondiale scoppiata nel 2008 rispetto gli sforzi per promulgare e applicare leggi che vietano "inaccettabile" il lavoro minorile. Per l'OIL circa 68 milioni di bambini lavorano nel settore agricolo, 54 milioni nel settore dei servizi (compreso il lavoro domestico), e 12 milioni nel settore manifatturiero. 85 milioni di bambini (circa la metà del numero di riferimento) sono impegnati in lavori pericolosi, dove vengono regolarmente minacciati e/o restano vittime di gravi infortuni e malattie, che in alcuni casi si rivelano fatali. Questo anche perchè le condizioni di lavoro, come il lavorare a piedi nudi e senza casco in un cantiere viene fatto sotto la minaccia di aguzzini.

Nell'ottobre del 2013, alla terza Conferenza Globale sul lavoro minorile, l'ILO ha ammesso che il suo obiettivo era di eliminare le peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016. Ma per come si muovono le ceose non si ritiene soddisfatta. Non è certo la prima volta che l'agenzia delle Nazioni Unite ha dovuto fare marcia indietro sui suoi obiettivi e proiezioni rosee. Il diritto internazionale proibisce l'uso del lavoro minorile e 155 paesi hanno firmato una convenzione delle Nazioni Unite che vieta la maggior parte dei tipi di lavoro da parte dei minori. Tuttavia, questo flagello globale persiste tra ricchezza senza precedenti e progresso tecnologico, in quanto datori di lavoro e governi trovano vantaggioso finchè c'è da profittare di contadini che vivono in miseria, e che lo fanno per sostenere ed educare i figli.


Per Save the Children, ben 80 milioni di bambini lavorano in India. La legge indiana proibisce l'assunzione di bambini al di sotto dei 14 anni per le professioni "pericolose", ma anche il ministero del lavoro indiano ammette che ben 13 milioni di bambini lavorano in attività di produzione proibite come la lavorazione del vetro, il lavoro domestico, e ricami. In termini relativi, la più alta incidenza del lavoro minorile si trova nell'Africa sub-sahariana, dove più di un bambino su cinque (21 per cento) è di età compresa tra 5 e 17 anni e viene impegnato nel lavoro minorile. In Asia e nel Pacifico e America Latina e nei Caraibi, i numeri sono al 9 per cento, seguita dall' 8 per cento in Medio Oriente e Nord Africa. Molti degli oltre mille lavoratori uccisi nell' aprile 2013 nella fabbrica d'indumenti a Dhaka, Bangladesh erano bambini. E quella fabbrica era al servizio di grandi rivenditori occidentali  che continuano a premere senza sosta il mercato attravrso i contraenti di abbigliamento e subappaltatori per ridurre i costi e accelerare la produzione, che rende più PROFITTO, PROFITTO E PROFITTO.

La solita storia che non fa altro che sottolineare il fallimento di tutti gli sforzi per riformare e "umanizzare" lo sfruttamento capitalista. Tuttavia questo flagello non si concluderà con campagne di protesta rivolte a governi e società, ma solo attraverso grandi, anzi grandissime mobilitazioni politiche indipendenti della classe operaia (e studentesca) contro il sistema del profitto.

 Immagine: www.wsws.org


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